mercoledì 14 settembre 2016

Caro Tiziano


Terzani in Cina, 1979 © Archivio Tiziano Terzani. Tutti i diritti riservati.


Caro Tiziano,

e` in un pomeriggio di pioggia che ti scrivo, dalla mia casa taiwanese che guarda le montagne ammantate di fitta vegetazione come le tue dell’ Orsigna, ma su longitudini diverse.
Piove a dirotto e questa pioggia stuzzica la nostalgia, così ti penso e scrivo due parole, quelle che avrei voluto dirti quando eri ancora “a giro” in questo mondo, ma te ne sei andato troppo presto e sono rimaste a fluttuare nella mia mente fino ad ora, giorno del tuo compleanno.
Settantotto anni fa venivi al mondo con occhi stropicciati e con lo sguardo corrucciato misto di curiosità. Almeno e`così che ti ho immaginato io.
Era un mercoledì. Come oggi. 
Segno zodiacale: vergine. Come me. Ne riconosco il dubbio e l’inquietudine latenti, che portano alla smania di cercare. E di capire. O di cercare di capire.
Ti ho scoperto per caso un pomeriggio cocente di luglio di dodici anni fa, uno di quelli in cui non riesci a dormire perché il calore ti cucina il cervello e l’inaspettato invito di un amico ad andare a bere un caffe`con ghiaccio in riva al mare arriva come una manna dal cielo. 
Il baretto, piccolo e vecchio, vende anche un paio di giornali e qualche libro impolverato. Mentre attendo il mio caffe`, mi avvicino allo scaffale e prendo in mano l’unico libro rosso con la copertina rigida, attratta dal titolo. Lo compro subito con i pochi spiccioli rimasti. E` il tuo “Un indovino mi disse”, un’edizione economica che ben presto e` diventata la mia guida di viaggio e di vita. In quel periodo studiavo il cinese all’università e l’Asia era già parte di me. 
Pochi giorni dopo tu lasciavi il tuo corpo, come amavi dire. 
Qualche anno dopo, lo lasciava anche il mio amico. 
E io rimanevo con un mucchio di ricordi e con uno scaffale pieno di tuoi libri, perché in seguito li ho comprati tutti. Li ho divorati, sono stati la linfa che mi ha tenuto in vita nei momenti di sconforto, sono stati i viaggi che non potevo ancora fare, a volte sono stati la fiammella che mi ha permesso di sperare in un’altra vita possibile quando quella che stavo vivendo non mi rendeva felice. 
Ho parlato tanto di te al mio amico. Negli ultimi giorni di quella maledetta malattia che ha portato via anche te, mi chiedeva spesso di parlargli dell’India. Spero che i tuoi libri gli abbiano in qualche modo insegnato a morire. Tu dicevi che di fronte alla Bellezza del mondo, all’abbraccio della Natura, dinanzi a tutto questo la nostra esistenza è una piccolezza, è lo starnuto di una formica e queste tue parole hanno reso più lieve anche a me il peso della perdita.
Non ho mai avuto idoli o guru nella mia vita e tu sei stato per me come un nonno, magari quello che non ho mai conosciuto e che oggi avrebbe avuto più o meno la tua eta`. 
Mi hai raccontato la favola vera della tua vita e di quella degli altri e io ti ho ascoltato con occhi sgranati e orecchie grandi di bambina, spesso ripercorrendo gli stessi tuoi passi e sognando gli stessi tuoi sogni. Senza saperlo. Perché lo abbiamo fatto in epoche diverse, ma accomunati dalla stessa passione. Mi sono sempre riconosciuta nelle tue storie, nei tuoi pensieri. 
Sei stato la voce che non ho avuto e le parole che non sono riuscita a dire. 
Abbiamo studiato il cinese, abbiamo vissuto in Cina, il Paese che più abbiamo amato e che più ci ha deluso, proprio come solo un grande amore sa fare. Ed entrambi abbiamo trovato una sorta di sollievo nell’India, una panacea al dolore per l’ inesorabile scomparsa di quella magia asiatica del Diverso, l’unica prerogativa alla vera ricchezza e alla libertà. Perché, invece, in quel posto assurdo che e` l’India, tutto e` ancora possibile: convivono una miriade di culture diverse, ognuna con il suo dio e questa spiritualità trasuda, si sente, si respira. Forse e`questo ciò di cui avremmo tutti più bisogno. Se riuscissimo ad eludere il concetto riduttivo di un solo dio che ci guarda e ci giudica e riuscissimo a vederlo in ogni cosa, in ogni essere vivente, perfino in noi stessi, chissà, magari avremmo più rispetto della vita.
Mi hai insegnato a guardare sempre al mondo con altri occhi e a cercare la verità, le mie verità, senza abboccare all’esca dei pregiudizi e degli stereotipi. Cercare, cercare sempre per comprendere. Studiare per capire, per tollerare. “Tolleranza”, quanto e`bella questa parola che il mondo pare aver dimenticato!
Mi hai insegnato a non accontentarmi di una vita che mi sta stretta. E come un nonno che ti indica i primi passi, a volte sei stato la spinta sul ciglio di un burrone che mi ha costretto a spiegare le ali per non precipitare. Perché si può, un’altra via e` possibile, bisogna solo darsi una mossa ed essere artefici del proprio destino e del proprio cambiamento. 
Come per te, viaggiare e` il mio modo di vivere. Viaggio spinta dalla fame di vedere, dalla sete di conoscere, da una curiosità che diventa quasi patologica e non riesco a fermarmi. Non voglio fermarmi. Perché io ho trovato nel viaggio la mia pace, la mia cura, il mio tutto. 
E come dici tu, ognuno deve cercare a modo suo il proprio cammino.
Grazie per l’amicizia preziosa dei tuoi libri, compagni delle mie avventure. 
Grazie per questo tuo messaggio che e`davvero un inno alla diversità, alla possibilità di essere quello che vogliamo.


Teresa                                                              



(Trovate questo mio pezzo anche sul sito Mangia Vivi Viaggia

lunedì 29 agosto 2016

Viaggiare e`ritornare


Passeggiando per le stradine di Pushkar, in India, osservando l'immensa ricchezza della diversita`che mi circonda e stupendomi per ogni cosa. 
E`la meraviglia della scoperta il senso di tutto, i segreti che mi porto a casa e che traduco in parole, racconti, sensazioni, dilatando lo spazio delle storie e alimentando quello delle fantasie. 
Qualcuno disse che non sei fregato veramente sinché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. 
Oggi ho letto questa poesia molto bella che voglio condividere. Perché viaggiare e`anche tornare. 
Per raccontarlo.

"Viaggiare è andar via di casa,
è lasciare gli amici
è provare a volare.
Volare imparando altri rami
percorrendo altre strade
è tentar di cambiare.
Viaggiare è travestirsi da folle
dire “non mi importa”
è voler ritornare.
Ritornare apprezzando quel poco
degustando una coppa
è di nuovo provare.
Viaggiare è sentirsi poeta,
scrivere una lettera,
è voler abbracciare.
Abbracciare arrivando a una porta,
agognando la calma,
è lasciarsi baciare.
Viaggiare è farsi mondano
conoscere altra gente
tornare a cominciare.
Viaggiare è andar via di casa,
travestirsi da folle
è dire tutto e niente con un bollo postale.
Dormire in un altro letto,
sentir che il tempo è breve,
viaggiare è ritornare".

Gabriel García Márquez

lunedì 8 agosto 2016

Della vita e della morte

« O chi riflette piu` sulla morte? Quella per noi occidentali e` diventata un tabu`. Viviamo in societa` fatte di ottimismo pubblicitario in cui la morte non ha posto. E` stata rimossa, tolta di mezzo. Ogni indovino che vedevo, invece, me la rimetteva davanti.
Gia` nel corso della mia vita com’e` cambiata, la morte! Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano. La morte veniva mostrata. Si apriva la casa, i
l morto veniva esposto e ciascuno faceva cosı` la sua conoscenza con la morte. Oggi e` il contrario: la morte e` un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa piu` gestirla. Nessuno sa piu` cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre piu` rara e uno puo` arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro. » ─  Tiziano Terzani, Un indovino mi disse (1995)

Anche a Varanasi la morte e`quella di sempre, non la si nasconde, ma la si mostra, perche´e`una cosa normale, e`solo un'altra fase della vita e nessuno ne e`immune. 
Ho visto il primo morto da piccola, una vicina di casa, e ricordo che non ne rimasi sconvolta. Mi colpirono invece le reazioni dei vivi. Il dolore degli altri mi ha sempre turbato.
Poi crescendo ho perso parenti e amici cari e ho cominciato ad averne paura. La morte e`diventata una parola da non pronunciare, quasi come per non svegliarla e in alcuni momenti della mia vita si e`trasformata in una vera e propria fobia, un'ossessione. 
Ma quando sono andata in India, dove la vita e la morte convivono con grande naturalezza, dove la morte e`accettata allo stesso modo di tutti gli altri eventi della vita, dove entrambe le facce della stessa medaglia si intrecciano e si relazionano nel ciclo dell'esistenza, ho guardato a Lei con altri occhi.
A Varanasi, l'antica Benares, c'e`un ghat dove si svolgono i riti della cremazione, il Ghat di Manikarnika (in hindi "ghat" significa scalinata che porta lungo un corso d'acqua): un ammasso di palazzi antichi come l'uomo, l'unico posto che ho visto in India senza un barlume di luce, come una fotografia sbiadita i cui colori sono stati lavati via dal tempo, che qui pare essersi fermato. Un girone dantesco nel buio denso della notte illuminata dai fuochi delle pire.
Ghat di Manikarnika, il ghat delle cremazioni
Morire a Varanasi e`il sogno di tutti i devoti ed e`considerato una benedizione, poiché morire nella città sacra significa ottenere il moksha, la liberazione del ciclo delle reincarnazioni.
I corpi, avvolti in drappi arancioni e gialli e adagiati su lettighe di bambù, vengono trasportati fino al ghat per essere bruciati secondo il rituale induista. Vengono prima bagnati nelle acque sacre del Gange per l'espiazione e la purificazione dei peccati, in seguito vengono posizionati sulle pire intorno alle quali i familiari girano 5 volte, tante quanti sono gli elementi riconosciuti dalla dottrina hindu`: l'etere, l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra. In caso di morte del padre e`il figlio maggiore a condurre il rito, mentre in caso di morte della madre e`il figlio minore. 
Successivamente il corpo, precedentemente cosparso di polvere di sandalo, viene bruciato a partire dalla testa, attingendo al "fuoco eterno", una debole fiammella che si trova in un braciere nell'edificio centrale e che arde dalla notte dei tempi.
Le stoffe vengono divorate dalle fiamme in pochi secondi, scoprendo corpi scuriti dal fuoco e poi solo ossa, che sembrano tronchi spezzati, rami dello stesso mucchio di legna delle pire e poi carboni e poi cenere. 
Ho scoperto quella notte che ci sono due parti del corpo che non bruciano: il bacino delle donne e la gabbia toracica degli uomini, che vengono gettati nel Gange. Un signore mi ha spiegato che sono le parti più forti del corpo umano, il bacino per le gravidanze e i parti, la gabbia toracica per il duro lavoro fisico.
Alla fine della cremazione, il figlio rompe il cranio del defunto, permettendo così all'anima di liberarsi. 
Tutto questo nella pace e nella tranquillità più assoluta. Non ho visto piangere nessuno. Mai. 
Le donne non sono ammesse al rito funebre, proprio perché considerate più emotive. Si crede infatti che il pianto e il turbamento trattengano l'anima sulla terra. 
Solo i bambini, le donne gravide, gli animali sacri, i lebbrosi e i santoni non vengono cremati, ma offerti direttamente alle acque del fiume.
Ho passato una notte seduta sulle scalinate del ghat perché volevo sfidare la mia paura e ho osservato per ore la morte, l'ho vista da vicino e non mi ha turbato. 
Poi ho preso la barca aspettando di vedere l'alba più bella del mondo e il Ghat di Manikarnika visto dall'acqua aveva un aspetto ancora più cupo, avvolto da un'atmosfera oscura e pesante. Sembrava l'Inferno di Dante e il barcaiolo indiano, remando lento sulle acque del Gange lisce come olio alle prime luci del giorno, si trasformava in Caronte, il traghettatore dell'Ade. 
Non ho avuto paura. 
La mia anima era in pace, perché l'India ti riconcilia non solo con la vita, ma anche con la morte.




venerdì 22 luglio 2016

Di due occhi e di tante storie



L'India non ti investe solo con i suoi colori, i suoi odori e i suoi suoni, ma ti regala anche visi, sguardi, umanità variegate che raccontano mille mondi.
Ogni volto ti parla di qualcosa, ti racconta una storia affascinante e a volte basta sedersi in un angolo e guardare la vita che brulica, che scorre, per sentirsi dentro a un film o a un romanzo.
Ho passato molto tempo a osservare, incantata da movenze di corpi nella quotidianità di un mercato, di una piazza, di una via, di una finestra aperta da cui trapela la vita e ogni volta mi sono persa nelle storie della gente, le ho seguite nell'intimità della loro casa e della loro esistenza, immaginando trame e intrecci dagli epiloghi sfumati; cosicché questi personaggi della vita vera, su cui mi piace ricamarci sopra e spennellarli di fantasia, diventano amici inconsapevoli che arricchiscono la mia vita. Gratitudine.
Empatia.
E poi succede che diventi difficile lasciarli, perciò li porto via con me intrappolandoli nella rete delle parole e immortalandoli nei miei occhi e in quello di vetro della macchina fotografica. Per non perderli, perché il tempo non sbiadisca i ricordi.
Ho incontrato l'uomo della foto in un mercato di Jaisalmer, una città fantastica nel deserto del Thar, così gialla e splendente che sembra che il sole abbia riservato solo a lei tutti i suoi raggi dorati.
Era arrivato in città dal deserto insieme alla sua donna e alle sue figlie, probabilmente zingari del Rajasthan, bellissimi nei loro abiti tradizionali. Spiriti liberi.
Nello sguardo il fuoco, nel sorriso la bellezza del mondo.
Quella faccia, quella pelle come mandorla tostata, l'intensità di quegli occhi capaci di scavare dentro all'anima, raccontano più storie di mille libri. Basta saper guardare.

venerdì 15 luglio 2016

Un'intervista

TERESA RACCONTA LA SUA ASIA: DALL’INDIA A TAIWAN, 10 ANNI DI VIAGGI ED ESPERIENZE

written by Gianluca Gotto July 13, 2016
Teresa
L’Asia è da sempre il continente più affascinante per coloro che non amano definirsi turisti ma viaggiatori. Milioni di persone nel mondo sognano per anni di visitare il vero Oriente e quando finalmente ci mettono piede comprendono di non poter più tornare indietro.
Teresa Pisanò è una ragazza italiana che appartiene con orgoglio a questa nutrita schiera: quindici anni fa ha visitato l’Asia per la prima volta (in Cina) e da allora non si è più fermata, vivendo appieno la scoperta di popoli e culture di cui era venuta a conoscenza solo attraverso i libri, divorati sognando ad occhi aperti.
In alcuni paesi è stata una visitatrice curiosa e avida di conoscenza, in altri ha avuto modo di lavorare sfruttando la sua laurea in lingue: ha partecipato alla trasmissione di Rai 1 “Overland” in qualità di interprete e oggi vive a Taiwan, dove insegna l’italiano (ma parla anche il cinese, il francese, l’inglese e il croato).
I dieci anni spesi in Asia sono stati il naturale sfogo di una passione enorme per la cultura di questi luoghi, passione che si è tramutata nel blog Asiamonamour, dove racconta le sue esperienze di vita e i suoi viaggi. Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Teresa.
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Ciao Teresa, benvenuta su Mangia Vivi Viaggia. Raccontaci qualcosa su di te.

Vengo da un paesino del Salento, terra magica di balli e tarantole, di muretti a secco e case bianche senza tetti, di pomodori e di fichi secchi nei giardini delle nonne. Sono cresciuta in un mondo di donne fatto di storie al profumo di menta selvatica e caffè, di uomini in giro per il mondo – o semplicemente in giro – e di racconti che hanno nutrito la mia fantasia fin da bambina.
Sempre affascinata dal diverso e dagli altri mondi che i miei zii mi portavano in casa di ritorno da Paesi lontani, sono sempre stata alla ricerca di storie, di persone speciali con qualcosa da raccontarmi, qualcosa che non sapessi ancora, qualcosa da scoprire e da immaginare per ricamarci sopra la mia fantasia.
Crescendo, la mia voglia di viaggiare, anche fisicamente, non si è attenuata, tutt’altro, è diventata più forte e impellente, così la scelta di studiare lingue è stata ovvia e naturale.
libri poi, il primo mezzo che mi ha permesso di sorvolare con la mente i luoghi sognati, sono stati di fondamentale importanza nelle scelte della mia vita. Uno tra questi “L’amante”, di Marguerite Duras: una storia d’amore struggente tra la scrittrice francese ragazzina e un uomo cinese molto più grande di lei sullo sfondo di una Saigon anni ’30. E anche una parte della mia storia ha inizio tra queste pagine.

Quanti e quali paesi hai visitato? C’è un luogo in particolare dove hai lasciato il cuore?

Ho visitato India, Indonesia, Singapore, Malesia, Giappone, Cambogia, Thailandia, Vietnam, Cina (ho vissuto 5 anni a Shanghai), Tibet e Xinjiang o Turkestan cinese e Taiwan (vivo a Taipei da 4 anni). Sicuramente l’India occupa un posto particolare nel mio cuore. Da ragazzina divoravo libri di letteratura indiana, incuriosita dai racconti di un’amica di mia nonna assistente di volo che di ritorno dai suoi viaggi veniva a trovarci e portava splendidi oggetti da ogni parte del mondo e racconti variopinti dell’India.
E quando ci sono andata la prima volta, le mie aspettative non sono state tradite. È stato quasi come tornarci, come salutare una vecchia amica che non vedevo da tempo. Così ne ho parlato sul mio blog: “L’India è tutto. L’India è una carezza, ma anche uno schiaffo terribile. È sporca e puzza, ma è anche bellissima e profumata. È l’apoteosi delle contraddizioni. È misera e bugiarda, è corrotta e cattiva, ma è anche immensa e buona. È meravigliosa e commovente. È complessa e contorta”.
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Teresa a Taiwan

Qual è stata l’esperienza di viaggio più intensa che hai provato, quella che sicuramente non dimenticherai?

Un’esperienza unica e indimenticabile è stata la spedizione di “Overland”, programma di Rai 1, a cui ho partecipato in qualità di interprete e guida e che ci ha visto percorrere 16 mila chilometri in jeep lungo la mitica Via della Seta in Cina. Quasi due mesi di guida intorno alla Cina, da Pechino all’estremo ovest del Turkestan cinese (Xinjiang) al confine con il Pakistan attraversando il temibile deserto del Taklamakan, risalendo poi verso nord fino alla città di Altay al confine con Russia e Kazakistan per proseguire a est in Mongolia Interna.
Un viaggio nella Cina più profonda e poco conosciuta che ho avuto modo di scoprire grazie alla troupe di “Overland” e ai permessi speciali rilasciati dal Governo cinese per poter visitare alcuni posti altrimenti inaccessibili al turismo tradizionale. Un’esperienza umana prima che professionale, nella Cina che ho imparato a conoscere e ad amare attraverso i miei libri e a cui ho dedicato la mia vita.

Passando ad aspetti più pratici, come sei finita a Taiwan? La vedi come un punto di arrivo della tua vita oppure come un’altra tappa di transizione?

Dopo cinque anni in Cina, due a Milano, qualche mese in Croazia per perfezionare la lingua croata e poi a Lecce, io e mio marito (croato, appunto), nomade nell’animo come me, abbiamo sentito più forte il richiamo dell’Asia e abbiamo cominciato a cercare un lavoro che ci portasse più a est possibile. Lo ha trovato prima lui, a Taipei. Così siamo partiti alla volta di Taiwan, un’isoletta nell’Oceano Pacifico tra Cina e Filippine e che, sinceramente, non avevamo mai considerato come meta di viaggio. Ma la vita è un’avventura ed è bello lasciarsi sorprendere, così eccoci ancora qui.
Sicuramente Taiwan e`un’altra tappa di transizione, non mi piace pensare a punti di arrivo, sinonimo per me di “fine”. Voglio che tutta la mia vita sia un grande viaggio senza punti di arrivo, se non quelli degli aeroporti o delle stazioni delle città del mondo.

Come si vive a Taiwan? Com’è la tua giornata tipo?

Taiwan è un’isoletta molto tranquilla con la natura rigogliosa tipica del sud est asiatico, il clima subtropicale a nord e tropicale a sud e l’efficienza giapponese, la cui calma viene ogni tanto disturbata da terremoti e tifoni. Anche la mia vita qui è molto tranquilla. La mattina mi sveglio presto e faccio yoga, poi vado a scuola dove insegno l’italiano, esco, vado al cinema, vado in bicicletta per le vie della città e scrivo, leggo e viaggio.
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Dall’alto della tua esperienza decennale, qual è un paese dell’Asia che consiglieresti sempre da visitare?

Ogni Paese dell’Asia ha una sua particolarità e la sua bellezza. L’India con i suoi colori, la sua spiritualità, il profumo di spezie; la Cina con la sua cultura millenaria e la sua umanità variegata fatta di 56 minoranze etniche; il Vietnam con il suo passato coloniale e l’odore di gelsomino d’estate; la Cambogia con la meravigliosa Angkor che ti fa sentire orgoglioso, una volta tanto, di appartenere al genere umano; la Thailandia con i sorrisi della gente, i suoi templi come ricami dorati e la sua natura; il Giappone con la bellezza della sua architettura antica e moderna e il suo cibo delizioso alla vista e al palato; Balicon le sue risaie, gli alberi di frangipane i suoi templi e i suoi tramonti; Singapore con il suo miscuglio culturale e i suoi palazzi futuristici accanto a pagode buddiste, templi induisti e moschee; la Malesia con il suo melting pot di popoli che si riflette nella sua architettura, nella cucina e nell’arte. E potrei andare avanti all’infinito.

Hai passato metà della tua vita adulta in Asia, ma sei nata e cresciuta in Italia. Dall’alto della tua esperienza, cosa credi che possiamo imparare, in quanto occidentali, dal mondo orientale?

Forse potremmo imparare la lentezza e la pazienza degli orientali, l’arte di accettare gli avvenimenti della vita in una maniera più fatalista, la spiritualità indiana o la collettività cinese, per esempio. La nostra cultura occidentale con il benessere materiale enfatizza l’individualismo, mentre la miseria spesso rende le persone più umane ed empatiche, perché è il non avere che porta alla condivisione.
Mi vengono in mente, per esempio, le donne di una minoranza etnica cinese che, non avendo cellulari, computer né tv, erano sedute intorno a un fuoco a raccontarsi e tramandarsi antichi segreti e tradizioni della loro cultura, così come facevano le nostre nonne un tempo. E non è un caso che i popoli più felici siano paradossalmente quelli che possiedono meno.
Dovremmo imparare la gratitudine degli indiani per il sole che sorge o per un tramonto, che ho visto a Varanasi e che noi, così concentrati su noi stessi, non vediamo più. Negli ultimi anni l’interesse occidentale per l’Asia e le discipline orientali è cresciuto, anche perché in un mondo così votato all’Io, alle cose, ai soldi, sentiamo l’esigenza quasi fisiologica di altro, di qualcosa che nutra anche la nostra anima oltre a riempire le nostre tasche e i nostri armadi.
anziano che fa gli origami
Siamo attratti dall’Oriente perché qui esistono e resistono tradizioni millenarie, che avevamo anche noi e che sono state cancellate dalla modernizzazione. Tiziano Terzani diceva: “L’uomo occidentale ha perso le proprie radici spirituali, possiede il mondo esterno e costruisce la bomba atomica ma anche tante cose positive, mentre l’uomo orientale possiede una profonda ricchezza interiore ma, essendo estraneo al mondo esterno, muore di fame, di sete, di malattie”.
Ci vorrebbe equilibrio tra le due cose, uno scambio equo di conoscenze, l’umiltà di capire e riconoscere che la nostra non è l’unica via e che il nostro modello, sempre più copiato anche dall’Oriente, porterà inevitabilmente anche all’oblio di altre culture millenarie in nome del dio denaro. Dobbiamo imparare a non avere paura del Diverso, ma a riconoscere nella diversità una grande ricchezza, indispensabile per migliorare noi stessi e la nostra cultura, conservando ognuno la propria identità.

So che sei una grande amante dei libri: quali sono i tre titoli che non possono mancare nello zaino del viaggiatore che vuole visitare l’Asia?

Ovviamente ce ne sono un’infinità, ma dovendo scegliere direi sicuramente questi tre che parlano di Asia, di Cina, di religioni e politica:
  • Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani. Un viaggio in Asia lungo un anno con tutti i mezzi possibili tranne l’aereo, dando retta alla profezia di un indovino di Hong Kong.
  • Cigni selvatici, di Jung Chang. La storia della Cina attraverso tre generazioni di donne.
  • Il Dio dell’Asia, di Ilaria Maria Sala. Un reportage affascinante alla scoperta dell’animo più profondo dell’Asia attraverso politica e religioni.
street food

Abbiamo parlato di vita e di viaggi, ma per restare fedele al nome del sito non posso che chiederti, in conclusione, qual è il piatto che più hai apprezzato della cucina asiatica.

Essendo abbastanza temeraria, mi piace assaggiare i piatti locali e ho perfino mangiato bruchi e api fritte, meduse e oluturie (comunemente chiamate “cetrioli di mare”), ma da meridionale il peperoncino resta il mio ingrediente preferito, pertanto posso dire di amare profondamente la cucina cinese dello Hunan e del Sichuan, piccantissima e stuzzicante. Adoro anche la cucina indiana, speziata e profumata: il mio regno per un samosa! O anche il Khao Niao Mamuang, un dolce tipico thailandese fatto di riso glutinoso cotto nel latte di cocco e mango fresco. E poi il tofu in tutte le salse, tranne il chou toufu o tofu puzzolente che dir si voglia e il cui nome spiega tutto!
Tutte le foto per gentile concessione di Teresa Pisanò

lunedì 6 giugno 2016

Hotel Continental Saigon, nostalgica bellezza

"Senza i libri molti viaggi non mi sarebbero nemmeno venuti in mente"  Tiziano Terzani

I libri hanno sempre avuto un ruolo di grande importanza nelle scelte della mia vita e sono stati il primo mezzo che mi ha permesso di viaggiare virtualmente quando, troppo piccola, non potevo prendere aerei per andare altrove.
Fantasticare attraverso le parole e`sempre stato un atto naturale, fisiologico, come respirare e ancora oggi mi rendo conto che questo mio immaginare e`così intenso e radicato dentro me, che talvolta non capisco quale sia il confine tra realtà e sogno. Mi capita infatti di credere fermamente di essere già stata in un luogo, tanto l'ho immaginato nei dettagli, negli odori, nelle sensazioni, per poi scoprire di non esserci mai andata fisicamente nella realtà.
Ho viaggiato tantissimo da bambina, ho visto tutti i mondi possibili e con la mia mente ho visitato tutti i posti descritti nei miei libri. Poi sono cresciuta e finalmente, oltre ad immaginarli, ho avuto la possibilità di vederli anche con gli occhi.
Così e`stato per il Vietnam e in particolare per Saigon, di cui conoscevo ogni anfratto, ogni odore, ogni rumore, ogni sapore, attraverso le parole di Marguerite Duras e Tiziano Terzani, pur non essendoci mai andata prima.
Quando ho deciso di partire, ho cercato i posti in cui mi avevano portato i miei amati scrittori guidandomi per mano tra le pagine delle vite degli altri, di cui ho sempre nutrito anche la mia.
Non vado mai nelle catene di alberghi freddi, anonimi e uguali dappertutto, dove non sai dove ti trovi sinché non esci per strada. Preferisco piccole e accoglienti pensioni a conduzione familiare, hotel in stile tradizionale o alberghi storici, di quelli che hanno qualcosa da raccontare, dove si respirano ancora gli odori e riecheggiano le voci e le storie della gente che ci e`passata, dove il pavimento vecchio e logoro scricchiola sotto i piedi, dove ti senti parte di una storia. Della Storia.
Così soggiornare nel mitico Hotel Continental Saigon e`stato un affascinante e commovente viaggio nel tempo.


Costruito nel 1880 durante il periodo coloniale francese, e`l'albergo più vecchio di Saigon e ha conservato tutto il suo fascino retro. Potrebbe sembrare un po' trascurato, simbolo e lontano ricordo di un passato glorioso ormai andato, ma si e`cercato volutamente di conservare il più possibile le sue caratteristiche originali. L'arredamento e le finiture datate, le porte delle camere che non isolano dai rumori della vita fuori, l'illuminazione fievole e l'odore di stantio e di vecchio, il personale in livrea con guanti bianchi e in "Ao Dai" (l'abito tradizionale femminile), le sedie delle camere finemente intagliate, pesantissime e scomode ma bellissime, gli danno un sapore meravigliosamente decadente.

Hotel Continental Saigon in passato (foto presa dal sito dell'albergo)
L'hotel oggi (foto presa dal sito dell'albergo)
la mia camera con vista sul Teatro dell'Opera
Rue Catinat, che costeggia l'hotel e oggi diventata Dong Khoi Street, e`spesso nominata da Marguerite Duras nei suoi romanzi: e`la via delle boutique e dei caffe`, la strada del lusso di Saigon, che la scrittrice percorreva nella macchina nera dell'uomo cinese.
Nel suo "L'amante della Cina del Nord" scrive: "Attraversano la citta`(...) Il teatro Charner, la cattedrale, il cinema Eden, il ristorante cinese per i bianchi. Il Continental, l'albergo più bello del mondo". E anche per me lo e`. Forse uno dei più belli, perché storie e ricordi aleggiano nell'aria e impregnano la pelle di sensazioni e di brividi.
Sulla terrazza dell'hotel con le sedie e i tavolini bianchi in ferro battuto ho bevuto il te`all'ombra degli alberi di frangipane vecchi come l'albergo stesso, pensando che nella stessa mattina di 70 anni fa Marguerite Duras passava per Rue Catinat ammirando il Continental Hotel.
Io ero la`, ero dove lei e`stata, ero a Saigon dove la sua storia struggente ha avuto luogo, passeggiando tra le stesse vie, respirando la stessa aria in quella citta`che sa di gelsomino e di pioggia d'estate.
colazione in giardino
Nei posti così ricchi di storia si sentono davvero i fantasmi di chi li ha abitati, perché restano per chi li sa vedere.
Il fantasma di "Un americano tranquillo" di Graham Green, che scrisse quasi interamente il suo romanzo nel Continental Hotel, o quelli della Duras, si aggirano tra le vie di Saigon e tra le sale e i tavolini di questo lussuoso albergo.
Spesso gli ospiti sono giornalisti, scrittori o viaggiatori, guidati da quella nostalgia romantica dal gusto dolce amaro per le cose passate che non tornano più, o forse mai vissute, come quella che prende me per i luoghi dove non sono mai stata. 
Il Continental Hotel durante la guerra in Vietnam fu anche sede di molti giornali stranieri e punto di ritrovo di giornalisti e fotografi che, asserragliati al suo interno, aspettavano notizie da fuori quando non erano impegnati sul fronte. 
Tiziano Terzani era li`in quel periodo, viveva in una delle camere dell'hotel e il 29 aprile 1975 scrive: «La mattina di quel giorno gran parte dei giornalisti erano scappati. Eravamo rimasti in una ventina per cui l’Hotel Continental era vuoto. Feci il giro di tutte le camere abbandonate e presi i materassi, mica per dormirci, per mettermeli addosso così, se arrivavano i razzi, i materassi mi proteggessero almeno dalle schegge».
Il giorno dopo, il 30 aprile del 1975 Saigon viene liberata dall'Esercito Popolare del Vietnam del Nord e dai Vietcong, evento che pose fine alla guerra in Vietnam e quello stesso giorno scriverà ancora: «Quando vidi i primi carri armati entrare nella città e la prima camionetta carica di ribelli, di vietcong, venire giù per rue Catinat, con loro che urlavano “Giai Phong!” (liberazione), per me era la Storia. Piansi. Non soltanto all’idea che la guerra era finita, ma perché sentivo la Storia. Quella era la Storia». 

Io tutte queste Storie non le ho vissute, ma le ho viste con gli occhi più grandi, quelli dell'anima.

io con il vestito tradizionale "Ao Dai" sul balcone della mia camera

Ascoltando una musica bellissima, colonna sonora del film "Solstizio d'estate", del regista vietnamita Anh-Hung Tran (per ascoltarla clicca qui)

giovedì 26 maggio 2016

Elogio del ventilatore

vecchio ventilatore cinese
Amo i ventilatori, quelli vecchi e rumorosi, grandi o piccoli, arrugginiti e non.
Hanno il sapore dei ricordi d'estate. 
Dell'estate salentina della mia infanzia, quando ancora bastava una piccola ventola a rinfrancarci dalle pene di notti cocenti passate distesi sulla pietra fredda e dura del soggiorno a raccontare storie.
Di un agosto lontano a Pechino e di una bettola dove mi piaceva pranzare, stordita dal calore dell'Asia e dai suoni ipnotici di una lingua che ancora non capivo e, madida di sudore, mangiavo sempre spaghetti saltati con verdure coi capelli svolazzanti al vento di un ventilatore vecchio come la Cina, che oltre a far girare l'aria, mescolava, come un cucchiaio immaginario, odori di cibo e di corpi, parole e umori. 
Di un pomeriggio sonnacchioso a Saigon in un baretto vicino a un mercato affollato sorseggiando il delizioso caffe`vietnamita, osservando la gente e immaginando storie, cullata dal venticello soporifero di un vecchio ventilatore che ne diffondeva l'aroma profumato. 
Di notti asiatiche, di cicale e di caos tropicale.
Amo i ventilatori perche´, agitando l'aria, rinfrescano membra e ricordi.